MAIN MENU
CHE ORA È
->
ETTORE SCOLA
->
1989
->
LANGUE:ITALIAN
->
PRESS ( ),THEN (OK)
PRESS (MENU) TO END

NOI ABBIAMO PARLATO DI TUTTO PUR DI NON PARLARE DI NIENTE
Due rette che si incontrano in un solo punto sono definite incidenti; se non si incontrano mai sono parallele; se si incontrano in più punti sono coincidenti, cioè, in realtà, sono la stessa retta. Comprendere quale di queste relazioni descriva meglio un legame umano è il dilemma che accompagna lo spettatore di Che ora è, di Ettore Scola. Sullo schermo si osservano le vicende di due uomini che sembrano estranei e che invece sono padre e figlio: due rette la cui natura resta ambigua fino all’ultimo.
Padre e figlio incarnano due generazioni a confronto, due modi di stare al mondo, due emisferi che sembrano comunicare solo indirettamente, attraverso personaggi che non vediamo mai ma che gravano costantemente sul loro rapporto. Si vogliono bene, senza dubbio, ma parlano letteralmente e simbolicamente due lingue diverse: il napoletano del figlio e il romano del padre. La questione linguistica diventa così una delle separazioni più emblematiche del film. Non riconoscere l’altro significa non accettarne la differenza, perché l’altro dovrebbe coincidere con noi, non discostarsene.
Che ora è rappresenta la seconda collaborazione tra Massimo Troisi ed Ettore Scola: sette mesi prima c’era stato Splendor, con Mastroianni protagonista; un anno dopo arriverà Il viaggio di Capitan Fracassa. Qui, tuttavia, la maturità artistica di Troisi appare particolarmente evidente. Il personaggio sembra letteralmente cucito su di lui: il fatto stesso che la sua dizione così diversa da quella paterna richieda una giustificazione narrativa dimostra quanto Scola avesse Troisi in mente fin dall’inizio. In questo film, più che negli altri due diretti dal regista irpino, Troisi emerge con forza portando una propria idea di cinema. È un evento raro nella filmografia di Scola, autore di stampo “classico”, in cui tutti — attori compresi — sono solitamente ingranaggi di una macchina narrativa ben oliata, difficilmente deviabile dal binario prestabilito. Eppure, qui, il personaggio tipicamente troisiano del ragazzo inadatto alla vita adulta si ridimensiona; ma è proprio in questo ridimensionamento che trova una nuova e più potente esplosione espressiva.
Padre e figlio, dunque, non sono due estranei. Più volte nel film le loro rette si incrociano: sono momenti brevi, fragili, in cui riescono davvero a condividere qualcosa. Tuttavia, l’interferenza degli altri e il peso degli oggetti di valore — simboli di visioni del mondo inconciliabili — finiscono spesso per separarli. A unirli, invece, è il ricordo delle origini comuni e la consapevolezza di quanto sia difficile essere figli di un padre e, allo stesso tempo, padri di un figlio.
È significativo che l’unione finale avvenga sotto il segno di un oggetto privo di valore materiale: un orologio da taschino che segna l’ora con precisione assoluta. Non conta ciò che vale, ma ciò che misura. L’orologio diventa il simbolo del tempo condiviso — o perduto — con i propri cari. Un tempo che non è infinito e che, una volta esaurito, lascia spazio solo al rimpianto e al desiderio impossibile di riavvolgere il nastro: tornare a quella volta in cui tuo padre voleva passare del tempo con te e tu eri troppo preso da altro, troppo preso dal vivere.